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LE MAPPE DI ILVO DIAMANTI

La geografia degli orientamenti culturali, sociali e politici degli italiani, tracciata dagli articoli di Ilvo Diamanti per La Repubblica.
QUANDO L'ELETTORE NON FA PIÙ ATTI DI FEDE COSÌ LA CALABRIA SI SCOPRE PIÙ ROSSA DELL'EMILIA
[La Repubblica, 25 novembre 2014]

Non c'è più religione. Almeno nel rapporto fra elettori e partiti. Il voto non è più un atto di fede, che si replica di volta in volta, per confermare la propria identità e la propria appartenenza a un sistema di valori, a una rete associativa e mondo di relazioni. Lo sapevamo già da tempo, ma mai era apparso così evidente come in queste elezioni regionali in Emilia-Romagna e in Calabria. Due idealtipi diversi e opposti, avevamo scritto.

L'Emilia Romagna, stabilmente "rossa", di sinistra. Grazie ai legami fra partiti di sinistra - comunisti e postcomunisti - e società. La Calabria, instabile e frammentata, dal punto di vista sociale e del comportamento di voto. Stavolta si sono scambiate orientamento e posizione. Per la prima volta nella storia repubblicana, la Calabria è più "rossa" dell'Emilia Romagna. In Calabria, Mario Oliverio, candidato del Centrosinistra, ha vinto con il 61% dei voti validi. Mentre Stefano Bonaccini, anch'esso candidato dal Centrosinistra, in Emilia Romagna, è stato eletto Governatore con il 49%.

Per la prima volta, inoltre, la partecipazione elettorale è risultata più alta in Calabria che in Emilia Romagna. Ma, forse, converrebbe dire "meno bassa". Infatti, l'affluenza alle urne, in Calabria, ha raggiunto il 44%: quasi 2 punti meno delle Europee dello scorso maggio, ma 15 meno delle Regionali del 2010. Sufficiente, però, a superare l'Emilia Romagna, dove la quota dei votanti, in questa occasione, è crollata sotto il 38%. E, dunque, 32 punti sotto alle recenti Europee e 30 meno delle Regionali del 2010. L'Emilia Romagna, dunque, non è più "rossa". Non ha più un'identità diffusa, che dia un colore politico al territorio. Certo, il cambio d'epoca era già avvenuto in passato. Anzitutto e soprattutto, a Bologna, nel 1999, quando Giorgio Guazzaloca venne eletto sindaco, alla testa di una coalizione di centro-destra. Ma si era colto anche nel 2012, a Parma, dove, alle municipali, Federico Pizzarotti venne eletto sindaco, nelle liste del M5s. Ma questa volta è diverso. Perché non è avvenuto alcun ribaltone. Il candidato del Centrosinistra, Stefano Bonaccini, ha vinto largamente, sfiorando la maggioranza assoluta dei votanti. Lasciando a grande distanza gli sfidanti. Il leghista Alan Fabbri, capolista del Centro-destra (circa il 30%) e l'esponente del M5s, Giulia Gibertoni, poco sopra il 13%. Eppure oggi, più che della sua vittoria, si parla dell'astensione. Ed egli appare un Governatore a metà. Indebolito dall'avanzata del non-voto. Che molti elettori hanno usato come un "voto". Un segno di dissenso o di distacco.

Dalle analisi elettorali condotte dall'Istituto Cattaneo di Bologna - limitate alla città di Parma - appare evidente, infatti, che, rispetto al voto europeo, il flusso verso l'astensione ha coinvolto soprattutto il Pd (oltre il 15%). Ma non solo. Perché ha colpito in misura molto pesante anche il M5s: 8%. E, in misura marginale (1-2%), anche altri partiti, da destra (Ncd, Fi, Ln) a sinistra (Sel). Ciò segnala il rilievo assunto dal sentimento di distacco verso la politica. Enfatizzato, in Emilia Romagna, dai legami fra il Partito e la società.

Negli ultimi anni, d'altronde, il cedimento del retroterra della Sinistra era già emerso, evidente. In particolare, alle elezioni politiche del 2013, quando il M5s aveva eroso la Zona Rossa. Allora, il Pd, in Emilia Romagna, aveva ottenuto un "modesto" (per le tradizioni della regione) 37%. Risalendo, però, al 53% alle Europee di pochi mesi fa. Grazie al contributo "personale" di Renzi. A-ideologico ed estraneo alla tradizione comunista e post-comunista. Lontano dai miti e dai riferimenti della sinistra - storica. Ormai "sinistrati" (per citare un saggio di Edmondo Berselli, profondo conoscitore dei vizi della sinistra e dell'Emilia).

Se alle Europee il Pd e il post-Pd si erano aggregati intorno a Renzi, questa volta sono entrati in contrasto. E se pochi elettori hanno abbandonato il Pd per un altro partito, molti hanno, semplicemente, rinunciato a votare. Tuttavia, ciò non ha dis-integrato il PD(R). Che ha, comunque, ottenuto il 44% - cioè, 4 punti più del 2010 (pur perdendo 300 mila voti). Mentre il neo-governatore, Bonaccini, si è fermato a 3 soli punti da Errani. Questa elezione, semmai, enfatizza la fine di una stagione politica all'insegna dell'appartenenza. Del voto come "fede" radicata sul territorio.

Un passaggio d'epoca sottolineato dalle elezioni politiche del 2013 e dalle Europee di maggio. Quando il M5s e il PD(R) hanno ottenuto consensi distribuiti in tutto il territorio nazionale. In modo omogeneo. Così, stavolta, la stessa Lega, il partito territoriale per eccellenza, ha ottenuto un risultato molto rilevante: 19,4%. Ma senza scendere sotto il 15% in nessuna provincia. Neppure a Bologna e Rimini. FI, invece, è crollata ovunque. Ridotta a meno di metà della Lega. (E in Calabria si è fermata al 12%.) Un "partito personale", incapace di sopravvivere al declino del Capo, Berlusconi. Oscurato dall'alleanza con un leader, Salvini, più visibile e giovane di lui. Un altro segno di questo passaggio d'epoca. Che non garantisce più certezze. Come avviene in altre democrazie rappresentative. Così, anche noi dovremo abituarci - o, almeno, rassegnarci - a considerare il voto un diritto e non un obbligo. E a valutare l'astensione, il non-voto, non come una malattia della democrazia. Ma una scelta - o una non-scelta. Perché oggi "non c'è più religione". Votare non è più ritenuto un dovere morale e sociale. Riflesso di un'identità. E ogni elezione diventa una competizione aperta. Per vincerla, bisogna offrire agli elettori buone ragioni per votare un partito o un candidato. Ma, prima ancora, per votare.

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