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LE MAPPE DI ILVO DIAMANTI

La geografia degli orientamenti culturali, sociali e politici degli italiani, tracciata dagli articoli di Ilvo Diamanti per La Repubblica.
LA RIVINCITA DI GRAN TORINO
[La Repubblica, 25 maggio 2009]

Nell'Italia dove le città hanno perduto la capacità di offrire significato e identità alle persone - e prima ancora allo stesso paese - si assiste a un evento inatteso. Il ritorno di Torino. Per motivi diversi e non necessariamente felici. Pensiamo all'incidente sanguinoso avvenuto alla ThyssenKrupp nel dicembre 2007. Una tragedia esemplare. Ha rammentato che le fabbriche industriali esistono ancora. Che gli operai esistono ancora. E muoiono ancora. Sul lavoro. Perché la sicurezza non riguarda solo la criminalità e l'incolumità personale.

Più di recente, Torino è tornata al centro dell'attenzione pubblica come piazza del conflitto sociale. In seguito all'aggressione dei Cobas contro il segretario della Fiom Gianni Rinaldini, nel corso della manifestazione sindacale per chiedere chiarezza sul piano di ristrutturazione internazionale avviato dalla Fiat. E ancora: nei giorni scorsi Torino è stata teatro delle proteste dell'Onda studentesca contro il vertice internazionale delle Università (il cosiddetto G 8 dei rettori). Certo, magari la città avrebbe fatto a meno di queste occasioni di pubblicità. Tuttavia, anche l'assenza di "cattive notizie" è segno del male che, da tempo, affligge Torino. L'invisibilità è un riflesso dell'irrilevanza. (Lo specchio pubblico non può riflettere quel che non c'è). La città della Fiat e della famiglia Agnelli aveva, infatti, seguito il destino della Fiat e degli Agnelli, dopo gli anni Settanta. Insieme alla grande impresa, al capitalismo familiare. Il declino dell'Italia fordista, fiat-ista. Baricentro a Nordovest. Nel triangolo industriale. Vertice a Torino. L'ascesa dell'economia post-fordista e del capitalismo dei beni immateriali (i servizi, la comunicazione, la finanza) aveva spostato i centri del potere altrove (Come ha ben rilevato, per tempo, Arnaldo Bagnasco). Nel Nordest e a Milano. Dove era avvenuta l'irruzione (o forse l'eruzione) della Lega e di Berlusconi. Mentre l'Italia laica e di sinistra aveva trasferito altrove i suoi centri. Lungo l'asse fra Bologna e Firenze, tracciato da Prodi e Ciampi. E nella Roma di Rutelli e Veltroni.
Torino era, così, divenuta provincia. Periferia di Milano e del Nordest. Oltre che di Roma. Ai margini di Berlusconi e della Lega. Risucchiata nella provincia piemontese. Un tempo satellite. Poi, sempre più autonoma. Ora non è più così. E non sono solo le tragedie e i conflitti a rammentarlo.

Torino oggi è di nuovo la città della Fiat. Non di Agnelli. Ma di Marchionne. E di Montezemolo (anche perché la Ferrari gira intorno alla Fiat). Un'azienda che si è rilanciata e sta cercando di rafforzarsi nel mercato globale. Oggi, è al centro di discussioni e tensioni, per i costi e le prospettive previste da un piano ambizioso e complesso. Che coinvolge Chrysler e Opel. Usa e Germania. Ma, appunto, è al "centro". Non più ai margini, com'era fino a pochi anni fa. Come echeggia, per una singolare coincidenza, un magnifico film di Clint Eastwood. Intitolato, appunto, Gran Torino. Modello mitico di un'auto... Ford.

D'altronde, Torino non è solo Fiat. Negli ultimi anni, mesi, la sua immagine è stata promossa da altri eventi. Eccezionali o ricorrenti. E' la città delle Olimpiadi invernali. È la città della buona cucina, del cibo biologico, dell'agricoltura equa e solidale. Sede del Salone internazionale del gusto e di Terra madre. È la capitale dell'editoria. Dove ogni anno si svolge la Fiera del libro. Per numero di visitatori, la prima in Europa.
Perché il ritorno di Torino rammenta che cambiare è possibile, anche in Italia. Dove pare impossibile cambiare. Soprattutto il territorio e le città. E il cambiamento risulta evidente anzitutto ai cittadini. Come sottolinea il sondaggio condotto da Demos per la Repubblica nei giorni scorsi. In particolare, la maggioranza assoluta dei torinesi (quasi il 55%) ritiene che il ruolo della loro città, in Italia, sia divenuto più importante negli ultimi anni. Nel 2002 era solo il 22% a pensarlo. La stagione opaca pare, dunque, finita, secondo l'opinione pubblica torinese. Al tempo stesso, si è consolidata l'idea che a Torino si viva meglio che nelle altre metropoli italiane. Non solo rispetto a Napoli. Ma anche a Milano e a Roma. Anche l'immagine del potere in città si è complicata. In testa, davanti a tutti, i torinesi oggi pongono il sindaco Sergio Chiamparino. Accanto a lui: Sergio Marchionne. A distanza: Luca di Montezemolo e Mercedes Bresso. Nell'ordine: il potere amministrativo e politico; poi la Fiat. Non era così trent'anni fa, ovviamente, quando il potere - reale e percepito - aveva un solo volto. Coincideva con il ritratto della famiglia Agnelli. Ma neppure 5 o 6 anni fa quando ogni potere pareva dissolto.

Questa mutazione ha, dunque, ridefinito l'immagine e l'identità di Torino. Oggi appare una città poliarchica e polisemica. Dove l'industria dei beni immateriali - i prodotti e gli eventi della cultura e del tempo libero - conta quanto e più di quella dei beni materiali. La stessa Fiat sembra avviata in tal senso. Riferimento di un network progettuale e creativo globale. Delocalizzato e de-urbanizzato.

Naturalmente, ciò non immunizza Torino dai problemi e dalle tensioni, a cui abbiamo fatto riferimento all'inizio dell'articolo. Torino è, peraltro, afflitta anche da altri mali, che riflettono il degrado delle metropoli. Dove il sentimento di insicurezza dei cittadini continua a crescere. Soprattutto nelle zone e tra le componenti sociali più periferiche: gli anziani, i ceti popolari e la classe operaia. Si sentono minacciati dalla criminalità, "assediati" dall'immigrazione. Oppressi dal rischio e dal peso della disoccupazione. Come nelle altre metropoli. Perché tornare al centro della scena, ritrovare identità e visibilità non significa risolvere i problemi. Semmai, per alcuni versi, il contrario: amplificarli. Infine, il ritorno sulla scena pubblica, nazionale e internazionale, non significa, per Torino, tornare capitale. Perché l'Italia oggi non ha una capitale. Ma molte città. Nessuna abbastanza forte da imporsi - ma tutte in grado di opporsi - alle altre.

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